Voci dall’Oltremondo

Quello che poteva apparire un viaggio come tanti non lo fu. Quella che poteva apparire una destinazione del tutto comune, per alcuni non venne mai raggiunta. Questo è il resoconto della metamorfosi di un viaggio dalle tinte ordinarie in una discesa nell’Abisso.

Le vicende che mi accingo a narrarvi ebbero inizio alla stazione di una città di cui ormai si è dimenticato il nome, dove il borbottare di un treno in partenza e il via vai dei viaggiatori partenti o arrivanti e a diversi gradi di bagagliamento sul binario contornavano il passare pigro dei minuti.

Quando tutti i Discendenti furono discesi e tutti i Viaggianti furono montati in carrozza, il locomotore si mise in moto con fatica, iniziando a portarsi dietro gli indolenti vagoni ricolmi di persone.

Tra il vociare concitato di alcune carrozze e il mormorare sommesso di altre, tra qualche russare placido e qualche operazione di sfogliaggio di pagine, vennero attraversate le prime distese di terreno rotaiadiacenti, costellate perlopiù da campi e da qualche albero con sindrome da abbandono qua e là, illuminati dalla fredda e svogliata luce del mattino.

La prima stazione venne presto raggiunta e annunciata da squillante e meccanica voce femminile dagli altoparlanti del treno. Alcuni Viaggianti mutarono in Discendenti, e altri Viaggianti li rimpiazzarono.

Al fischio del polveroso capotreno, i convoglio si rimise in moto. Altri campi e altri alberi probabilmente annichiliti dalle sostanze assunte per combattere la solitudine e dalle quali erano divenuti dipendenti, con l’affaccio di qualche timida cittadina dagli abitanti probabilmente altrettanto soli e sconsolati, alla luce di un sole che placidamente si innalzava verso quote via via più alte.

La seconda stazione venne raggiunta e annunciata con un lieve ritardo sull’orario previsto. Vennero caricati nuovi Passeggeri e ci si rimise in marcia, correndo sulla metallica via per recuperare il tempo perduto. I campi lasciarono spazio ad alcuni raggruppamenti di alberi che si faticava a definire foreste, ma che parevano comunque di umore migliore rispetto ai colleghi incontrati in precedenza. Procedendo ulteriormente, gli agglomerati di esseri verdechiomati iniziarono a diventare più corposi e formati da individui di spirito decisamente più rinfrancato (alcune di queste congregazioni davano l’idea di veri e propri rave party del regno vegetale) e le dimensioni delle stazioni macchinosamente (e da macchina) annunciate diventavano via via sempre più ridotte.

All’aumentare della componente cromatica verde nel paesaggio, si andò però accompagnando una riduzione della luminosità e la graduale ascesa di una nebbia dalla connotazione via via più antica e solenne. Fattore non poco determinante nel rendere assolutamente non percepibile il suddetto aumento di verde.

Passate altre tre o quattro stazioni, la nebbia fu talmente fitta che non si riusciva a vedere più in là del palmo della propria mano. E non fuori dal treno: persino le carrozze furono colmate da una bruma tanto fredda quanto invadente.

Alla quinta stazione d.N. (dopo Nebbia n.d.r.), la Discesa ebbe inizio: la squillante robo-voce femminile venne sostituita da un annuncio sepolcrale che sembrava provenire direttamente dall’oltretomba. Il nome dell’infelice tappa venne pronunciato con una lentezza esasperante in un ottava talmente bassa da rasentare la coda di Lucifero e con l’inflessione che ci si aspetterebbe da un demone che, appena sveglio, chieda sbadigliando se ci sia del caffè.

Un paio di passeggeri persero i sensi. Ad una ragazzina si gelò il sangue nelle vene (letteralmente: il suo sistema di vasi sanguigni divenne una moderna scultura di ghiaccio e per lei non ci fu speranza alcuna, nonostante alcuni tentativi di riscaldarla con un accendino). Un gruppo di suore si fece immediatamente il segno della croce, ma a “Spirito Santo” le poverette non riuscirono a concludere e si dettero invece un sonoro pugno in faccia.

Al tenebroso annuncio non seguì apertura di porte alcuna e nessuna operazione di scambio tra Viaggianti e Discendenti ebbe luogo. Qualcuno avrebbe dovuto scendere lì. Altri, dopo l’inquietante evento, avrebbero voluto farlo. Nessuno ne ebbe modo. Le porte rimasero irremovibilmente chiuse e la sfortunata stazione appena annunciata rimase un vano miraggio disperso nella nebbia.

Si ripartì, tra lo sgomento generale, con grande sferragliamento. Dopo quello che sembrò un numero piuttosto esiguo di minuti, la nebbia iniziò pian piano a diradarsi e a lasciar filtrare un’inquietante luce rossastra.

Il capotreno, incalzato in ogni carrozza e in ogni vano intra-vagonico da passeggeri con una serie infinita di domande alle quali non sapeva dar risposta alcuna, non seppe più che pesci pigliare e si rinchiuse con strategica ritirata nella cabina del macchinista. Non trovandolo.

Il treno, misteriosamente de-macchinistato, proseguì il suo viaggio in totale autonomia attraverso quello che, al diradarsi della nebbia, andò delineandosi come lo scenario che avrebbe potuto sognare Dalì, durante un incubo, dopo un’indigestione di caponata, sotto acidi e con la febbre a 41,8.

Ai primi segni di indebolimento dell’invadente bruma, il treno inizio a produrre dei sonori “Sciack” contro quelli che (a segni di indebolimento successivi e più marcati) si rivelarono essere tentacoli. Più precisamente tentacoli diramantisi da un fusto centrale a formare grottesche imitazioni di alberi e che, al passaggio del locomotore, si schiantavano sui finestrini del convoglio esplodendo in una pioggia di quella che appariva come bile.

Le inquietanti cefalopiante costellavano un paesaggio composto da colline di roccia scarlatta, costellate da crateri esalanti fumi dall’aspetto decisamente tossico e sulfureo e da altre cose composte da liane, tentacoli e sacche grondanti liquidi dall’aspetto assai poco invitante.

Al di sopra delle formazioni rocciose, un cielo vermiglio, ininterrottamente solcato da lampi, dava intermittente origine ad una pioggia dalle tinte giallastre che provocava la formazione di inquietanti pozzanghere che iniziavano immediatamente a ribollire, evaporando completamente nel giro di pochissimi secondi. Nel corso del processo,  da queste effimere pozze qualcosa cercava affannosamente di uscire prima che si richiudessero, senza mai riuscirvi.

Si intravedevano arti o intere parti superiori di quelli che si poteva supporre essere corpi, ma dei quali la natura umana non era per nulla certa, fuoriuscire agitandosi dallo specchio d’acqua (o qualunque altra cosa essa fosse), offuscati dal fumo provocato dalla violenta evaporazione prima di essere tranciati dal progressivo restringersi della pozza, lasciando sul terreno macabri moncherini.

Alcuni dei passeggeri ritennero che coloro che erano svenuti all’annuncio dall’oltretomba avessero avuto un’idea niente male e li emularono. Qualcuno strillò. Qualcuno pianse. Le suore iniziarono a sgranare il rosario (avendo ormai rinunciato a portare a termine un segno della Croce senza autolesionarsi in qualche modo), prima che quest’ultimo iniziasse a tentare di strangolarle e si vedessero pertanto costrette ad abbandonare l’idea.

Mentre lo sfortunato convoglio si trovava ad attraversare una distesa di paludi dagli acquitrini composti esclusivamente da liquido ematico (con l’eccezione di qualche inspiegabile pozza di gazzosa), si udì il suono che annunciava pleonasticamente gli annunci informativi (per la verità, talvolta, pleonastici anch’essi), seguito questa volta soltanto dal pianto sommesso di un neonato, che accompagnò gli sventurati Viaggianti da quel momento in poi.

Alla quinta foresta composta da enormi mezzibusti scuoiati che agitavano le braccia al cielo plumbeo, saldamente piantati nel terreno circostante, saltarono le luci all’interno di tutte le carrozze e il Fuori iniziò a cercare di entrare all’interno del convoglio.

Il capotreno, coraggiosamente abbandonata la propria roccaforte per assistere al meglio delle proprie capacità i terrorizzati Viaggiatori (o forse per non vedere più in anteprima attraverso il lunotto anteriore della locomotiva ciò a cui il convoglio stava andando incontro), concluse il suo servizio venendo trascinato all’esterno da un tentacolo fuoriuscito da uno dei gabinetti.

Un braccio senza pelle delle dimensioni di un furgoncino sfondò uno dei finestrini e trascinò con sé una delle suore. Altre tre o quattro persone furono agguantate dagli inquietanti mezzibusti e portate all’esterno. L’ultimo ricordo che i superstiti ebbero di loro, fu mentre si agitavano urlanti nel pugno delle tremende figure inchiodate nel terreno o inghiottiti dalle stesse.

Allontanatisi dalla Piana dei Mezzibusti, dalla fessure nei finestrini, iniziarono a riversarsi all’interno radici dalla consistenza del catrame che iniziarono immediatamente a germogliare, facendo fiorire inquietanti occhi con zampe da ragno che iniziarono a fissare in malo modo i passeggeri e non smisero più fino alla fine del viaggio.

Ci furono altri svenimenti e qualche sortita volontaria (e probabilmente non troppo ben pensata) verso l’esterno: presi dalla disperazione, alcuni dei Viaggianti si lanciarono dai finestrini in cerca della salvezza.

Qualcuno fu visto ruzzolare in un burrone fiammeggiante, qualcun altro venne agguantato da quelli che apparvero come enormi rapaci composti di fumo e portato lontano. I restanti Viaggiatori decisero che rimanere all’interno del convoglio fosse una decisione assai più saggia.

Nell’attraversare una piana in cui luminescenti figure spettrali si aggiravano disorientate nel buio di una notte senza stelle prima di sparire all’improvviso, dilaniate da qualcosa  di nero, veloce e munito di artigli, la temperatura all’interno dei vagoni scese di gran lunga al di sotto dello zero.

Dopodiché, improvvisamente, fu il buio e il silenzio. Per un lunghissimo lasso di tempo.

Alla stazione di una città dal nome ormai dimenticato, situata al capolinea di una assai frequentata tratta ferroviaria, il tabellone degli arrivi indicava, al binario tronco, l’arrivo di un treno con seicentosessantasei minuti di ritardo.

All’apertura delle porte, nessuno scese. Alla salita dei perplessi imminenti Viaggianti e del nuovo capotreno, i passeggeri vennero trovati immobili, ognuno nel proprio sedile con gli occhi sbarrati e lo sguardo vitreo, taluni abbracciati, altri piangenti, altri ancora tremanti, raggomitolati su loro stessi o in preda a violente convulsioni.

Nessuno riuscì a cavare loro una singola parola su quanto avvenne durante quel viaggio.

On parallel universes

Come tutti sanno, gli universi sono tanti. La loro principale occupazione è quella di confondere le idee agli scienziati facendo loro credere di essere statici ed immutabili e poi mostrando di espandersi per poi cambiare idea e risultare ciclici; cose così.

La cosa divertente degli universi è che nascono di continuo. E sono veramente tantissimi.

Questo perché si divertono anche ad immaginare l’esito delle scelte degli individui senzienti (o, ogni tanto, anche no) che li abitano.

Quandunque un bipede qualsiasi in un pianetucolo sperduto in una galassia nemmeno tanto insignificante -ma comunque una delle tante sparse in giro in uno dei tanti universi- abbia di fronte a sé un bivio od una scelta ecco che…PUM! Un universo decide che è più interessante la scelta A e PAM! Un altro universo decide che è molto più divertente la scelta B. Ed ecco che nascono di conseguenza.

Un’altra cosa interessante degli universi, se noterete bene, è che decidono di nascere prima ancora di esistere. Sono delle cose molto strane. Ma fondamentalmente simpatiche (a parte quelli in cui gli automobilisti possono esistere solo ed esclusivamente nello stato quantistico di “incazzato-come-una-iena” o quelli in cui la pizza non è mai stata inventata).

Arrivati a questo punto, il bipede qualunque che è incappato nella scelta tra A e B diventa immediatamente due bipedi: il bipede che ha scelto A (capitombolato quindi nell’universo A) e il bipede che ha scelto B (come intuirete, piombato nell’universo B). Nessuno dei due bipedi percepirà mai l’esistenza dell’altro e sarà convinto di essere l’unico esistente e di aver pertanto escluso una delle due possibilità.

Come potrete facilmente capire, non è assolutamente così, dal momento che per ogni Sir Calogero degli Antichi Colli che decide di prendere a destra ad un bivio perdendosi nella foresta e finendo divorato dai lupi, c’è un altro Sir Calogero che ha deciso di prendere a sinistra raggiungendo la simpatica ed accogliente locanda che stava cercando.

In questo caso, l’universo DESTRA ha un senso del divertimento decisamente più macabro  dell’universo SINISTRA, e potrebbe pertanto essere inserito nella categoria di quelli un po’ più antipatici. Però, se ci pensate bene, uno che si chiama Sir Calogero degli Antichi Colli sembra tirarsela un po’, e potreste anche apprezzare l’ironico contrasto tra la sua ben mediocre ed un pochino ridicola fine e l’alto lignaggio rivendicato dal suo nome.

Anche in questo caso, a voi la scelta di generare o meno un universo in cui la crudele ironia è considerata simpatica.

Se vi soffermaste per un attimo a pensare alla quantità di scelte (o, a questo punto, di presunte tali) che riempiono la nostra vita di tutti i giorni, potete farvi un’idea della quantità di universi che nascono ogni momento e del conseguente casino che c’è nel loro contenitore (ancora non si è capito come sia fatto, ma da qualche parte tutti questi universi dovranno pur stare!).

Prendendo per assodate tutte queste premesse, quella che seguirà è la storia di uno di tanti universi possibili o, se vogliamo, una storia di Sfiga.

Altrani Guido è un uomo sulla trentina abbondante, non particolarmente avvenente, di aspetto piuttosto comune ma comunque con un certo qual fascino che ancora si intuisce, nonostante si sia andato ad affievolire nel corso del tempo per una serie di motivi. Parte del fascino é dovuta a folti capelli impettinabili e perennemente sparati, che gli forniscono un’aria stranamente interessante. Un’altra parte è dovuta a cose che, come ci siamo detti, si sono sciupate -e si stanno sciupando- nel corso del tempo.

Guido è una persona piuttosto comune anche negli interessi: la sua vita extra-lavorativa (lavora come contabile per un’azienda medio piccola della sua città) trascorre tra le partite di calcetto del martedì, gli aperitivi del weekend e la sua collezione di film che va via via aumentando nel tempo, con curva (fatto bizzarro e, garantiamo, assolutamente scollegato da qualsiasi legame di causa-effetto) inversamente proporzionale a quella scelta dal declino della quantità di fascino contenuta nella sua persona.

Se chiedeste a Guido di raccontarvi un po’ di lui, probabilmente vi direbbe che non c’è molto da raccontare. Scapolo, con un lavoro fisso ma non troppo apprezzato, le sue giornate passano più o meno tutte uguali senza il verificarsi di eventi particolarmente rimarchevoli. Il quadro fornito, dunque, difficilmente attirerebbe la vostra attenzione e il vostro interesse scemerebbe piuttosto facilmente.

Se qualcuno decidesse però di provare a scavare un po’ oltre il livello di profondità di informazioni presentatogli da Guido, troverebbe forse qualcosina di più.

Guido possiede una cosa piccola piccola, ma che lo definisce più di quanto lui stesso immagini. Ogni giorno, quando torna dal lavoro, ogni sera sempre un po’ più stanco ed un po’ meno affascinante, Guido accende il suo portatile, indossa le sue cuffie e si connette ad una piattaforma di condivisione di video.

Certo, all’occhio esterno non sembra molto: un uomo che, tornato stanco da lavoro, si distrae al pc. Ma per Guido è qualcosa di più.

Indossate le cuffie, Guido diventa un esploratore. Rilasciata la sua zattera nel mare di bit della rete, Guido si affida alla corrente divertendosi a scoprire dove lo porterà; e così incontra nuove voci, suoni, anime buffe e anime malinconiche, note agrodolci e colori cupi, trilli gioiosi e grida di aiuto, superfici allegre e profondità tormentate, contenitori aggressivi di anime innocenti di infante, nostalgie e malinconie, ricordi di posti mai visti e immagini di posti inesistenti ma cercati. Una voce lo ferisce nel profondo senza che lui comprenda perché. Un’altra gli fa venire voglia di danzare in cerchio nei boschi con una compagnia di saltimbanchi. Un’immagine lo culla, un’altra lo rimprovera, una terza lo graffia. E lì, sulla sua zattera, in balia delle sensazioni, del suono e dei colori, Guido si sente finalmente connesso a qualcosa che non comprende appieno, ma che gli piace.

Poi si addormenta, e il giorno successivo arriva, come gli altri, sul nastro trasportatore di Madama Routine.

Per comprendere meglio quello che accade a Guido-con-le-cuffie-in-testa, dobbiamo fare un piccolo salto indietro nel tempo.La possibilità non è stata scientificamente provata e sembrerebbe, anzi, violare un bel po’ di leggi fisiche, ma noi lo stiamo facendo in senso puramente figurato, per cui va bene così.

 

Guido-bambino è un ragazzino con mille sogni in testa e mille universi paralleli che gli ronzano intorno. In uno è un pompiere, che salva damigelle da torri date alle fiamme da grossi draghi antipatici e puzzolenti. In un altro è presidente del mondo e ha reso illegali la stupidità e la cattiveria. In un altro ancora è un supereroe e sa leggere nel pensiero.

Tutti questi universi sono universi puramente potenziali: non raggiungono mai la piena realizzazione, ma sono destinati a scoppiare come una bolla di sapone o a ridimensionarsi e collassare in un universo più plausibile quando il bambino che li sogna li riesce a ricondurre ad una scelta reale e legata alla realtà in cui vive.

In sostanza, quindi, diventano sempre più stabili e plausibili man mano che il bambino cresce e si lega alla realtà che lo circonda.

Guido, crescendo, ha concretizzato gran parte dei suoi universi di bambino, ma rimane comunque circondato da un gran numero di universi potenziali: è un ragazzo con un sacco di interessi e spesso non sa quali seguire. E’ in questo periodo che un sacco di universi paralleli prendono effettivamente forma, sulla base di scelte piccole o grandi del Guido-adolescente. Ed è in questo periodo, quindi, che un sacco di Guidi paralleli iniziano le loro vite all’insegna di queste scelte. Uno diventa un critico, l’altro si dà alla musica, un altro ancora decide di essere uno scrittore e un altro diventa un famoso biologo specializzato in educazione dei panda.

Il nostro Guido, quello che stiamo seguendo noi, è il risultato di una serie di scelte probabilmente un po’ sbagliate o non prese per ignavia che lo hanno portato a seguire il percorso meno “suo” e ad essere dov’è, senza essere troppo convinto del punto a cui è arrivato. E quando ha le cuffie in testa, in un’esistenza che gli pare non rispecchiarlo,  Guido recupera un breve contatto con gli altri Guidi che per scelte errate o non prese non è potuto, ma che forse avrebbe voluto, diventare.

Se avete capito il ragionamento che sta dietro alla nascita degli universi e intuite un minimo il funzionamento della probabilità, potete immaginare che di fronte ad ogni scelta di Guido, il Nostro-Guido, quello che abbiamo seguito noi, aveva il cinquanta per cento di probabilità di finire in un universo piuttosto che in un altro. Ad ogni scelta, due universi con la loro propria idea di divertimento erano già nati prima ancora che la scelta venisse compiuta con due Guido-contenitori al loro interno: il Nostro-Guido, in un certo senso, non ha pertanto compiuto la scelta, ma è stato buttato in uno dei due contenitori secondo le leggi della probabilità, cinquanta e cinquanta.

Per ogni Nostro-Guido finito in un universo, un altro Guido è finito nell’altro e sta vivendo una vita leggermente diversa.

Se si sommano varie scelte, i vari “leggermente” diventano un “un bel po’ ”, ma per ogni bivio che ha portato Guido ad essere Nostro-Guido, c’è sempre stata una sua controparte.

In questo senso, la nostra storia è anche un po’ una storia di Sfiga. Il nostro Guido è il Nostro-Guido, questo è innegabile. Le scelte sono state le sue e lo hanno portato dov’è. Ma tutti gli altri Guidi sono altrettanto reali, e le loro scelte pure. La percezione che Guido ha di sé è finita in un universo specifico, ma un’altra serie di Guidi altrettanto reali ed altrettanto possibili hanno percezione di loro stessi nel loro proprio universo. Navigando sul web, Guido è capitato su un video che parla di universi paralleli è sta facendo le considerazioni che stiamo facendo in questo momento noi. E si sta domandando: “Tra tutti i Guidi possibili, come mai io devo essere quello che ha percezione di sé proprio in quello che di scelte azzeccate, forse, ne ha fatte ben poche?”.

Ulysse(s)

CAPiTOLO 5

Ancora un tantino frastornata dal recente tête à tête con la Morte Stradale (uno dei vari luogotenenti della Morte Prima, riconoscibile dalle caratteristiche e vistose gomme da Monster Truck al posto degli ossei arti), col cuore in lento passaggio dalla Brutal Trance ad una più rilassata Speed Techno, negli occhi l’immagine della MassivaMassaia inghiottita dal flusso automobilistico, Cap cerca di riprendere fiato appoggiata all’angolo della strada. “Non male come partita, ragazzina” le fa la Morte Stradale, sinceramente ammirata. “Sai, non ti avrei dato un centesimo. Sei stata una degna avversaria!” “Grazie!” le ansimarisponde Cap.
“Credo che il mio Capo avrebbe piacere nel fare una partitina a scacchi con te, una di queste volte. E’ rimasto impressionato anch’Egli.”
“Meglio di no – asserisce Cap, prendendo fiato al ritmo ventricolare di un hip hop allegretto – non sono una gran giocatrice…”
“Oh, che peccato! Beh, stammi bene ragazzina. Ci si vede!” “Cia..ciao!” risponde, educata, Cap.
Un paio di rantoli e un melodramma monologo del polmone sinistro più tardi, il cuore di Cap è ritornato a battere ad una velocità verosimile.
La bambina raccoglie il cestino, raddrizza la schiena e guarda per l’ultima volta il Malefico Incrocio. Dopodiché prende un bel respiro e si rimette in marcia…

…sbagliando miseramente strada. “Dannatissima cartina!” impreca a bassa voce Cap. “Eppure ero sicura di averla letta correttamente!” (Dal fondo del cestino, accartocciata alla bell’e meglio, la Cartina sogghigna, soddisfatta del proprio misfatto).
Cap è fuori strada di un bel po’ di chilometri ed è finita in un vicolo alquanto buio e stretto. Sì, la sua è una di quelle cartine particolarmente stronze quando decidono di giocare brutti scherzi al proprio prode proprietario (nuovi sghignazzamenti dal fondo cestino). “Vico delle MAGNANIME” recita un cartello, che in alcun altro modo si potrebbe definire se non ‘appassito’, inchiodato sul muro fatiscente.
Ora, il vicolo è brutto, stretto, nero e fa anche un po’ schifo, perché ci sono tre o quattro bidoni dell’immondizia stracolmi colonizzati da una gang di MafioMici e che puzzano come un esercito di orchi in marcia da mesi.
Molte pozzanghere, anche se non se ne comprende il perché, dal momento che non piove da giorni.
E un po’ di fumo che sale dai tombini. E altra puzza.
Però Cap, facendo un rapido calcolo a spanne sulla vile cartina, ha notato che, se non altro, le risparmierebbe di ripercorrere almeno tre o quattro degli isolati appena attraversati e riportarsi sulla retta via un po’ più in fretta. Tenendo inoltre conto che in uno di quegli isolati Cap è quasi stata azzannata da un bastardino spelacchiato evidentemente contrario all’immigrazione sui suoi territori dal quale ha dovuto fuggire in corsa per circa un centinaio di metri, Cap decide pertanto di avventurarsi nel vicolo nonostante gli sguardi minacciosi dei MafioMici, intenti a spolpare residui di merluzzi, spaparanzati sui sacconi neri che sporgono dai bidoni.

Mentre supera il terzo cassonetto sotto la stretta sorveglianza di un soriano con un occhio graffiato, a Cap ritorna in mente il monito della Nonna di non avventurarsi mai fuori dalle strade principali.
“Tant’è – si dice tra sé e sé Cap – ormai la frittata è fatta…”
Aggirando il quarto ed ultimo cassonetto (ed evitando per un pelo la rottura del coccige per scivolata su buccia di banana strategicamente piazzata da un siamese alquanto maligno), Cap si trova di fronte a un terzetto di signore un tantino attempate, dalle acconciature arruffate e dalla singolare mise. Con i busti strizzati in corpetti dalla pressione simile a quella che si potrebbe avere sulla superficie di una stella di neutroni, i fianchi avvolti in lunghi e larghi gonnoni di organza e le caviglie avviluppate da pesanti anfibi in pelle nera, le tre donne si voltano all’unisono a guardarla con visi imbellettati, guance palloccate di rosa e occhi sgranati dal mascara pianto. Strani sorrisi si allargano sul loro volto, mentre domandano a Cap, completandosi la frase a vicenda: “Bella ragazzina, dove sei diretta? Ti sei persa?”. “Ecco, no…io veramente starei…” “Sei fortunata, cara. Le Magnanime sono qui per te!” Le Magnanime del vicolo? Con un nome così saranno sicuramente delle brave signore – pensa Cap – magari mi possono aiutare…
“Ecco, io starei cercando di arrivare da mia nonna…credevo di essere sulla strada giusta ma la mia cartina mi ha giocato un brutto scherzo -risatina soffocata dal cestino- e mi sono ritrovata qui. Se arrivo alla fine del vicolo, però, dovrei però riavvicinarmi alla strada corrett…”
“Tesoro! Lascia che le Magnanime ti accompagnino per un po’. Così ti terremo lontana dai predatori…” la interrompono le tre strane e strano-vestite signore. “Predatori?” domanda un tantino intimorita Cap.
“Certo tesoro. I vicoli ne sono pieni. Colmi di esseri che non aspettano altro che papparsi una ragazzina deliziosa come te.” le dicono sfiorandole una guancia. Cap, istintivamente, rabbrividisce.
“Ma non devi temere ora, bocconcino. Ora sei con le Magnanime” le sorridono le tre strane signore circondandole le spalle con le braccia. “Seguici, seguici…ti porteremo in un bel posto” “Ma veramente io dovrei andar…”
“Ti piacerà. Ci sono un sacco di bambini come te!” “Ecco, mi farebbe piacere ma sono in ritard…” “Non dire sciocchezze, tesoro. Hai tutto il tempo di questo mondo!” la interrompe sorridendo una delle tre.
Cap inizia ad essere sempre meno tranquilla. Qualcosa le puzza (e stavolta non sono i bidoni). Eppure il loro nome, il nome del vicolo…
“MagnAnime – le sussurra una voce nell’orecchio – Magna-Anime. Ragazzina, eppure sembravi più sveglia, dalla tua prova al semaforo.”
Cap si volta, mentre le tre donne la sospingono cinguettando in un meta-vicolo. Il soriano di poco prima la sta fissando, ora con occhi differenti e un quartetto di copertoni al posto delle zampe.
“Corri, sciocchina!” le fa.

Cap non se lo fa ripetere due volte. Si divincola dalla presa della Magna-Anime più vicina e svicola tra le gonne delle altre due.
Il cuore della ragazzina riprende con la Brutal Trance, mentre i polmoni cercano di tenere il passo con la crescente richiesta di ossigeno da bruciare, bruciando anch’essi e risentendosi anche un pochino.
Dietro di lei, Cap sente lo scalpiccio dei pesanti scarponi delle tre arpie maltruccate, che civettano: “Dove scappi ragazzina? Vieni dalle Magnanime! Vieni qui!”
Centrando la quasi totalità delle pozzanghere del vicolo, pestando la coda di un gatto di passaggio che le miagola dietro propositi di vendetta e schiantando la spalla destra contro un quinto cassonetto, finalmente Cap riesce a raggiungere la fine del vicolo e si lancia sul marciapiede affollato di persone.
Dietro di lei, le Magnanime sono scomparse. La voce della Morte Stradale si fa sentire un’ultima volta da qualche parte nell’orecchio sinistro. “Stai attenta ai giochi di parole, la prossima volta, d’accordo ragazzina? Questo è il primo e ultimo favore che ti faccio. La Morte dei Vicoli è già incazzata come una iena!”.
Dalla sconvolta cartina, soffocato dal resto del contenuto, arriva un flebile e pigolante: ”Scusa…”

Movimento

E’ il vuoto.

Non completo. V’è una piccola quantità di materia, così rarefatta da apparire pressoché inesistente.

E’ il freddo.

Un freddo quieto e solenne. Antico.

E’ il silenzio.

In lontananza brillano deboli stelle forse spente. Flebili note nell’afonia.

Su questo sfondo, un astro percorre il proprio cammino. Una rovente e roboante sfera di plasma, sinestetica rispetto al placido telo sul quale si staglia.

Errabonda, distorce la rete dell’universo che la accoglie, muovendosi nelle sue trame.

Procede, ieratica e temibile, lungo la propria direttrice. Si muove, sulle folli linee che governano la sua evoluzione.

Procede.

Per ere …

Lontano, appare un punto luminoso. Dapprima piccolo e distante. Poi via via sempre più esteso, massiccio, imponente. Una nuova stella si affaccia all’inesistente orizzonte. Rossa. Smisurata. Terribile.

Le traiettorie dei due astri si incrociano. In un punto dato del tempo, le due stelle collidono, vicendevolmente attratte da una mutuale ed irresistibile forza. La materia della seconda attira con veemenza quella della prima tramite forze oscure e primordiali, e così all’opposto.

La rete del tempo si intreccia così in una reverenziale e mirabile spirale.

Le due stelle volteggiano, si scrutano e si avvolgono per un breve ed infinito attimo attorno ad un comune baricentro.

La materia della prima diventa parte della seconda attraverso luminosi e voltolati ponti.

Le maglie dello spazio si curvano e si piegano, mentre i due astri si rincorrono, rivolgono, si sfiorano, si allontanano per poi riavvicinarsi, in una solenne, maestosa, fragile danza.

Fino a che, in un secondo dato punto del tempo, dopo un ultimo passaggio ravvicinato, quel che era curvo ritorna rettilineo. Ciò che era danza ritorna cammino. Quanto era caos, impeto e fragore ora torna ordine e linearità. L’urto termina.

Le due stelle si allontanano attraverso la fioca materia, ognuna per sé, sulle loro inquietanti direttrici, che le trascinano in tondo per lo spazio ed il tempo, sullo sfondo di un nero punteggiato e indifferente.

Sgrůndli

Dannato l’Olimpo, Giove e tutti i suoi satelliti. Dove diavolo sei? Non è possibile. E’ da quaranta minuti che ti cerco in questa benedetta scatola di questo benedetto mobile, SBREMMLI, o come diavolo si chiama. Dove cazzo sei, stramaledetta vite C13B? Ho seguito alla lettera le istruzioni: ho preparato la base, ho inchiodato i lati, mi sono martellato un dito cercando di inchiodare l’asse superiore…ho incastrato le mensola A, B e C negli incavi Z, W e Z bis, assicurandomi che i sostegni fossero ben fissati…ho avvitato fino all’ultima, stupida, insignificante vite di questo stramaledetto mobile che sulla carta è anche bellino e che invece, a tratti, mi fa pure schifo. Non capisco nemmeno io perché.  Tutte, e dico TUTTE le cazzo di viti, dalla prima all’ultima, dalla più cicciona alla più microscopica (per la quale ho dovuto girare l’intero condominio come un muflone disidratato in cerca d’acqua per trovare un cacciavite adatto a quelle infernali dimensioni). Tutte, tranne l’unica senza la quale questo fottutissimo armadio (a detta delle sgargianti istruzioni che mi sono state propinate e, a vedere come tremola la struttura che ho appena costruito, anche a mio modesto e inesperto parere) non può stare su. Una singola, stupidissima e a quanto pare amante-del-nascondino vite col potere di far crollare un intero armadio.

A parte che chi ha progettato questo disastro dell’arredo casalingo doveva essere uno squilibrato. O un sadico. O entrambe. Perché come può venirti in mente che una sola cazzo di vite permetta al tuo stupidissimo SBRANGLY di stare su? Che cosa ti eri fumato, quando ti sei messo alla scrivania a decidere come andava montato il tuo idioterrimo armadio di design? A parte questo, dicevo…che me lo posso anche fare andar bene…probabilmente una vite mancava anche a te…a parte questo, perché cazzo io quella dannatissima vite non ce l’ho? Dov’è? Eh? Dove porco l’entourage di Cleopatra è finita? NON è nel sacchettino w4doppiozzeroA, insieme alle altre. NON è nel sacchettino con i supplementi. NON è nello scatolone. NON è rotolata sotto al divano, dove tra parentesi ho trovato il residuo di un panino probabilmente risalente all’86. Non è da nessuna parte quella dannata vite! No, immaginario e fluttuante progettista dell’ormai deprecato all’inverosimile SBROSSY,

-“Veramente il mio armadio si chiamerebbe SGRŮNDLI” –

-quello che è! –

non è nella scatola, ci ho già guardato quarantotto volte, e intorno alla quarantesima ho iniziato a vederci delle sirene che facevano il bagno spruzzandosi d’acqua e dei porcospini in tutù, lì dentro. NON CI GUARDO MEGLIO, porco Anubi! Cercaci tu, visto che hai avuto la bella pensata di dare vita a una vite che può impedire ad un mobile altrimenti interamente formato di stare su. E, tra l’altro, detto fra noi. Un nome un po’ più stupido no?

Va bene, manteniamo la calma. Il mio nuovissimo armadio rischia di crollarmi addosso da un momento all’altro e io sto parlando con un imbecille immaginario, ma posso mantenere la lucidità e riacquistare il mio risaputissimo self controSE MI DICI UN’ALTRA VOLTA DI CONTROLLARE IL SACCHETTINO DEI SUPPLEMENTI TI EVIRO COL CACCIAVITE DELLA VICINA DEL TERZO PIANO!

Respira. Respira. Stai urlando contro una proiezione della tua mente. Non è sano per niente. Proprio non lo è.

Allora. La dannata vite non si trova. A questo punto mi viene da dire che non c’è mai stata. Ma! … Ho il numero dell’assistenza di quell’infernale discount dispensatore di disagio sotto forma di legno rimaneggiato.

Adesso respiri un paio di volte con calma, così eviti di urlare contro alla/al signorina/signorino del call center che ti risponderà, prendi il telefono e chiami.

Arrivare a 25 cifre da digitare sarebbe stato ancora più bello. 23 non le trovo sufficienti…

No. Notipregono, non la musichetta di attesa. Se scopro dove abiti, maledetto creatore del MUESLI

-” SGRŮNDLI”-

Stai zitto o giuro che ti sigillo la bocca con il Bostick!!

Pietà, è la terza volta che riparte HELLO di Adele. …hello from the other side…sembra quasi una presa per i fondel…fermi tutti! E’ una voce umana quella che sent…ma che cazz…? Cos’è sto rumoracc…

-”Pronto? Pronto?” –

Dio, voce, come suoni stridula…Ah, ok! Sì, è la signorina. Parlale con calma e spiegale l’accaduto. Ecco così, bravo. Con mansuetudine e pacatez … sì, però porca Ilio, se mi lasciassi parlar…va bene, ok, interrompi il flusso di pensieri per un momento e concentrati sullo scambio verbale che stai intrattenendo o finirai col non capirci una mazza…switch a modalità ascolto/rispondo in 3…2…1…

“Le sto dicendo che è capitato altre volte. Spesso quei mobili hanno degli errori di imballaggio. Anche altri clienti hanno trovato il kit senza quella vite.”

“Ho capito, ma non può essere normale. Senza quella ca…senza quella vite, l’armadio praticamente nemmeno sta su.”

“Lo so, signore, è fastidioso. –

Fastidioso? Direi più che altro ridicolo. Snervante. Alienante. Azzerante. Ok, stop al melodramma.

-La procedura, in questi casi, prevede che lei telefoni al Centro Assistenza Specialistico per farsi inviare la vite.”

“Eh, d’accordo. Mi dia il numero, cortesemente”

“Certo, ha da scrivere?”

“Sì, ho trovato sei penne masticate, una matita blu cobalto e un blocco note che non vedevo da quindici anni mentre rovesciavo la stanza alla ricerca di quella fot…di quella vite”

“Bene. Il numero è 3519289200000000007837”

“Scusi, quanti zeri ha detto?”

“Dieci, mi pare.”

“Sembra un contocorrente…ok, ora chiamo. Ha idea dei tempi che devo aspettarmi per avere quella vite?”

“Ah, guardi…questo proprio non lo so. Potrebbe arrivare domani come fra qualche mese. Talvolta, devo essere sincera, addirittura non arriva”

“…”

“E’ ancora lì?”

“No, scusi. Mi faccia capire…lei mi sta dicendo di telefonare a un numero di un centro assistenza che ha il compito di spedirmi una vite che dovrebbe salvare il mio mobile e che potrebbe anche non arrivare mai?”

“Eh, sì. Guardi, non dovrei dirglielo, ma so che quel servizio funziona malissimo. So di persone a cui la vite è arrivata quando ormai erano in età di pensione, altre a cui non è proprio mai arrivata, nonostante ripetuti reclami.”

“Ma come diavolo hanno fatto, scusi? Quell’armadio sta su praticamente solo grazie a quella vite! E poi…età da pensione? Ma da quanti anni lo producete quel benedetto SBRONFI?”

“SGRŮNDLI”

“TI HO DETTO DI TACERE, CARICATURA DI UN PROGETTISTA DI MOB…-

Ops.

-…no, mi scusi non dicevo a lei. E’ il mio…ehm…gatto. Mi parla mentre sono al telefono.”

“Il suo gatto le parla?”

“Ho detto gatto? Volevo dire cugino. Il cugino Ugo…vai fuori, Ugo! …ahem..Cattivo!”

-Cristo

“Comunque, signorina, tornando a noi…lei mi sta dicendo che l’unica vite che può tenere su il mio armadio appena montato deve essermi spedita da un centro assistenza che potrebbe non recapitarmela prima di un mese o di…mai? Scusi, ma nel frattempo io come faccio?”

“Coraggio, non è detto che non le arrivi…”

“Ho capito, ma se non dovesse arrivare? Quelle persone a cui non è mai arrivata, come hanno fatto?”

“Immagino non le resti che sperare che l’armadio non le crolli in testa.”

Belzephone

Based on real events

Questo è  il resoconto dei fatti che mi portarono ad incontrare il demonio in persona.

Non sarà una storia di personale autodistruzione. Non si parlerà di perdizione. Non sarà il racconto di una discesa nel profondo degli inferi o del buio che abita ogni essere umano. Non vi saranno sacrifici umani, pentagrammi, candele, pugnali e sette di inquietanti personaggi incappucciati.

A dire il vero, si tratterà perlopiù di un resoconto di situazioni decisamente ordinarie ed anche piuttosto noiose.

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Hybris

(o “De Simplicitate”)

L’ambientazione di quanto sta per accadere è una landa completamente bianca. Più che una landa, forse è una specie di foglio bianco. Più che un foglio, forse è una specie di bruma bianca continua, infinita, immutabile ed eterna.

Insomma, è tutto bianco.

In questa monocromatica situazione, alcuni capannelli di pre-persone stazionano in coda di fronte ad alcuni proto-stand che proto-promettono meraviglie.

Al momento in cui queste poche parole vengono scritte, una pre-donna sta acquistando una fiala di quello che un alato distributore di fialette le ha presentato come “Amor proprio: ciò di cui non potrete assolutamente fare a meno nella vostra vita futura”.

Poco distante, un altro paracquisto si sta compiendo. Un pre-uomo sta facendo scomparire nel suo pre-borsello una scatoletta di “Faccia Tosta: la qualità che vi farà sfondare”.

Appena più in là, una pre-scienziata sta intascandosi la penultima boccetta di “Q.I.; merce rara, da non farsi scappare!” affiancata da un pre-latin lover intento ad accaparrarsi presso lo stand accanto una doppia dose di “Sex Appeal: non serve aggiungere altro” dopo essersi fatto largo a gomitate in una fila particolarmente corposa, corpulenta e dal poco contenuto comportamento.

“Sense of Humor!” grida una voce in un ‘L’AltissimoParlante’; “Arroganza, signore e signori, acquistate Arroganza!” proclama un essere alato grasso e incravattato; “Depositate qui i vostri scrupoli, non ve ne pentirete!” propone invitante un mefistofelico messaggero dalle lunghe corna taurine e dalle tozze gambe caprine, con tanto di coda puntuta.

“Acquistate qui la vostra Flessibilità: in versione fisica e metaforica, per una carriera da contorsionista (o per nottate bollenti con i vostri futuri partner) o per carriere più standard, rispettivamente!” invita una signorina dalle corte alucce e dalla spiccata capacità di portare le proprie gambe oltre le spalle, piegando le ginocchia all’indietro.

In tutto codesto parapiglia di annunci, declami, proclami, offerte, profferte e compravendite, due  discretamente piccoli pre-esseri si trovano in coda presso uno stand piuttosto isolato e decisamente meno gettonato.

“Fidati, la gente non capisce nulla; stiamo sicuramente facendo un affarone!”

“Infatti! Che branco di pecoroni, tutti a rincorrere le stesse cose!”

“Noi invece avremo qualcosa di unico e irripetibile che ci contraddistinguerà in mezzo a quel marasma di persone fatte con lo stampino.”

“Ah! Vedranno, vedranno chi ha compiuto la scelta corretta per il proprio futuro. Bisogna saper investire nelle novità, sapersi sbilanciare…”

“Esatto! Non è possibile che nessuno capisca che il futuro sta nella particolarità, nel cambiamento, nella novità…”

“Vedranno, vedranno…ce l’invidieranno tutti questo nuovo prodotto!”

Sulle loro teste, svettante, l’insegna dello stand: “Ansia Generalizzata”.